16 Gen «L’adozione è profezia per un futuro migliore»
Articolo apparso sul giornale “Avvenire” del 16/01/2022 a pag. 24, a cura di Luciano Moia
Gli Stati generali dell’adozione vogliono essere un momento di incontro tra tutte le realtà impegnate nella tutela dei più piccoli, per una rinnovata coscienza ecclesiale e civile chiamata a guardare il bambino come persona, soggetto di diritti inalienabili. Lo spiega il cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena e presidente dell’Osservatorio Fonte di Ismaele.
Perché ritenete urgente convocare gli Stati generali?
Innanzitutto per una motivazione teologica. Perché l’adozione richiama al tema della nostra figliolanza da parte di Dio, che in Cristo Gesù si manifesta come Padre. San Paolo richiama questo tema della nostra adozione filiale nella Lettera ai Galati, per introdurci al mistero della Paternità di Dio; testualmente afferma che Cristo è stato inviato «per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli», «e che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!». Per tutti i credenti la paternità come la maternità derivano dal modo in cui Dio si manifesta come Padre trasformandoci da creature a figli, cioè stabiliti in una relazione filiale con il Padre che nel Figlio si rivela come dono, dono totale di sé. La maternità e la paternità nella comunità cristiana, dunque, non si riducono alla genitorialità biologica ma si aprono all’accoglienza dei figli come altro da sé, come persone chiamate alla vita dal Padre fin dalla creazione del mondo. Davanti a questo mistero così grande e impenetrabile, è evidente che l’esperienza dell’adozione diventa il percorso esistenziale e di fede che più ci immerge nella relazione d’amore tra il Padre e Cristo, di cui noi diventiamo il Corpo attraverso lo Spirito. Per queste motivazioni ci sembra urgente invitare la comunità dei credenti ad una riflessione unitaria sulla Sua identità più profonda, riscoprendoci tutti figli di uno stesso Padre, sorgente d’acqua viva per ogni uomo o donna che voglia donarsi totalmente all’altro, diventando genitore. Questo mistero della Figliolanza adottiva, la Chiesa non lo ha mai trattenuto per sé come un tesoro geloso, ma lo ha annunciato al mondo fin dai suoi primi passi versando il sangue dei martiri in ogni epoca della storia. Lo annuncia anche oggi con coraggio e fedeltà, preoccupata che l’uomo allontanandosi dalla relazione filiale rivelata in Cristo perda sé stesso e diventi incapace di generare, così come la denatalità dei nostri giorni sta manifestando. A questo preoccupante calo delle nascite si accompagna la drastica riduzione delle richieste di adozioni che lascia migliaia di bambini e ragazzi senza l’esperienza di una paternità e maternità vissuta come dono, come accoglienza dell’altro. Tutto questo sebbene in tanti istituti si faccia un ottimo lavoro con i minori. Quindi la proposta degli stati generali sull’adozione si muove anche a partire da una forte preoccupazione per gli uomini d’oggi, perle spinte antisociali che innervano la nostra società e che in troppi lati del nostro pianeta si trasformano in guerre fratricide.
Semplificare l’iter per l’adozione, come auspicato anche dall’Osservatorio Fonte di Ismaele da lei presieduto, significa secondo voi anche modificare la legge 183 del 1984?
La normativa italiana a tutela delle persone di minore età, a partire dalla legge 183 del 1984, ha sempre cercato di interpretare le istanze culturali emergenti e il sentire della società civile. Tuttavia l’attuazione della nonna, passa attraverso un complesso sistema collaborativo tra Tribunali e Servizi sociali territoriali, fortemente depauperati in questi anni di risorse umane ed economiche. Il rapporto tra Assistenti sociali e numero di abitanti è andato drammaticamente riducendosi così come il numero di neuropsichiatri e psicologi dell’età evolutiva operanti nei Servizi territoriali (in questo tempo di pandemia ne abbiamo toccato tutti con mano le tragiche conseguenze in termini di preoccupante aumento del disagio psichiatrico minorile). Questo ha determinato un allungamento delle procedure di valutazione dell’idoneità all’adozione, ha ridotto l’offerta formativa alle coppie, il sostegno ai genitori adottivi, le valutazioni dei nuclei in corso di adozione, il sostegno agli adottati, fino ad arrivare a veri e propri fallimenti adottivi con restituzione dei minori allo Stato. Abbiamo poi alcune leggi che stentano ad essere applicate come la 173 del 2015, che nasce per tutelare il diritto alla continuità affettiva delle persone di minore età con le famiglie affidatarie e apre ai genitori affidatari la possibilità di adottare, nel caso di impossibilità al rientro nel nucleo familiare d’origine, il minore affidato. Questa legge in realtà è assai lungimirante e precorre la possibilità di creare una rete familiare allargata attorno al bambino e al ragazzo, in cui nessun riferimento familiare positivamente significativo per il suo sano sviluppo psico-fisico sia alienato dalla sua vita, ma piuttosto mantenuto e valorizzato. Anche la legge 47 del 2017, che disciplinava l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati privilegiando l’accoglienza in famiglia, è ancora scarsamente applicata.
Qual è il vostro obiettivo come Osservatorio?
Auspichiamo una maggiore centralità del bambino in tutti questi procedimenti, a partire dalla consapevolezza che il tempo per i bambini ha un altro ritmo. Un anno per un bambino di 2 anni è un tempo lunghissimo, così come per uno di 6, di 8, di 10. La pandemia ce lo ha insegnato con precisione chirurgica cosa hanno significato questi anni terribili per gli adolescenti costretti alla didattica a distanza e alla perdita delle relazioni sociali. Molti non escono più di casa, hanno lasciato la scuola, si sono rifugiati nell’alcool e nella droga, hanno cominciato a incidersi sulla pelle tutto il dolore e il loro disagio, in ripetuti atti di autolesionismo. Il tempo per i ragazzi non può essere perso e questo non c’è legge, non c’è Tribunale, non c’è Servizio sociale che possa fissarlo.
Pensate che in questa semplificazione si possa fare a meno dei tribunali minorili, oggi Tribunali per la famiglia e per la persona?
L’adozione è un percorso delicatissimo che non può fare a meno di una norma che lo regoli e di Giudici che richiamino tutti gli adulti coinvolti nell’iter, ad operare nel «supremo interesse della persona di minore età». Certamente questo supremo interesse non deve restare uno slogan ma deve concretizzarsi a partire dalla reale centralità del bambino in ogni procedimento; una centralità che si realizza a partire da un attento ascolto del minore (non riducibile ad una semplice audizione) qualunque sia la sua età, attraverso un reale rispetto della sua opinione, attraverso la nomina di un adulto che lo affianchi in ogni momento del procedimento e ne curi gli interessi personali. P, il bambino ad avere diritto ad una famiglia, non la famiglia ad avere un bambino.
Non credete che andrebbe rivisto anche il ruolo dei Servizi Sociali?
Il ruolo dei Servizi è disciplinato dalla normativa; il punto è di quali Servizi si parla. La riduzione del numero di Assistenti sociali, psicologi infantili, neuropsichiatri e mediatori familiari presso i Presidi istituzionali preposti (Municipi, Asl, Consultori) ha portato ad esternalizzare molti di questi interventi a figure interinali e/o ad affidarli a cooperative esterne. Sarebbe auspicabile che le risorse fossero destinate ad assumere e stabilizzare nelle strutture preposte tutte le figure tecniche coinvolte nella tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Oltre il problema della diminuzione, l’altro aspetto è che la legge prevede la distribuzione di assistenti sociali in base al numero di abitanti e non alla problematicità di un territorio e questa è una vera difficoltà (che peraltro denunciai a suo tempo all’allora sindaco di Roma, Veltroni in “10 sogni” «we have a dream”» una lettera aperta che scrissi a Tor Bella Monaca). Se si risolvessero queste criticità allora forse sarebbe possibile esigere tempi certi e più celeri nelle procedure, più servizi di sostegno alle famiglie e ai minori, maggiore interdisciplinarietà, interventi di II livello nei casi complessi presso Centri pubblici universitari o Ospedalieri a garanzia di una maggiore trasparenza e autorevolezza dei contributi specialistici.
Perché si fa così fatica a riconoscere il valore culturale e sociale dell’adozione, atteggiamento che determina spesso una scarsa attenzione all’impegno dei genitori adottivi?
L’uomo contemporaneo ha affidato, seppur con grande ambivalenza, alla scienza e alla tecnica il superamento del suo limite biologico ed esistenziale; in poche parole il superamento della morte. Questo riduce le sue aspettative di realizzazione al mero orizzonte della natura, dove intende vincere le sfide della malattia, della disabilità, delle sconfitte esistenziali che la vita inevitabilmente riserva. In questo senso se l’impossibilità a procreare è vissuta come una riduzione delle proprie potenzialità quasi come una menomazione fisica, è allora evidente che si tenterà di superarla affidandosi alle innovazioni tecnologiche. Se invece questa disposizione della natura, che ci sconfigge sul piano della genitorialità biologica, ci apre ad una riflessione sul mistero della Vita, del Suo significato e della sua trasmissione, essere padri e madri diventa un’esperienza più vasta della sola generatività naturale. E di questo abbiamo fatto tutti l’esperien¬za, basti pensare a quanta vita abbiamo ricevuto dai nostri insegnanti, da maestri di vita, dagli amici e dalle persone che ci hanno fatto sperimentare di essere amati fino a farci sentire vivi. L’adozione può trovare spazio solo in uomini e donne che hanno conservato questa memoria, di essere stati generati da ogni persona che ha lasciato un seme di vita buona dentro di loro e che ha portato frutto. Per i cristiani questo è il mistero della Fede: accogliere la Vita che non muore in Cristo Gesù che si è donato a noi gratuitamente per manifestare la paternità del Padre. Accogliere il Dono, è il primo e insostituibile passo per essere ri-generati e per generare.
Anche da parte della Chiesa forse non è stato fatto abbastanza per promuovere questa forma di genitorialità non biologica. Pensa sia corretto porla come percorso ordinario per le coppie che si preparano al matrimonio?
Se il matrimonio è vissuto così come ci dice Paolo, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato sé stesso per noi», allora è evidente che l’amore sponsale spalanca le porte alla contemplazione di un Amore che si realizza nel dono, nel dono assoluto di sé così come lo ha vissuto Cristo. Davanti a questo donarsi senza riserve ha ancora senso distinguere tra genitorialità naturale e adottiva? Direi di no, perché l’Amore è appunto un donarsi reciproco, e solo così è capace di generare alla Vita che non muore. Comunque si realizzi. La Chiesa ha sempre annunciato questo Mistero d’Amore che si rivela nel Matrimonio, anche se è stata spesso attaccata per aver difeso l’indissolubilità e la necessaria apertura ad accogliere i figli che il Padre ci dona. Anche Mosè è stato donato alla Figlia del Faraone che lo ha allevato come suo figlio pur sapendo che rischiava la sua vita opponendosi all’ordine del Faraone, considerato allora la Divinità.
Nell’intervista pubblicata sulle nostre pagine in occasione dell’intervento del Papa, Rosa Rosnati, che è docente di psicologia dell’adozione alla Cattolica di Milano, invita tutti, società civile e istituzioni, a fare ogni sforzo per limitare quanto più possibile il numero dei bambini negli istituti, considerando gli effetti deleteri di questa permanenza sullo sviluppo psicofisico dei piccoli. Quali gli ostacoli più impegnativi per realizzare questo obiettivo?
Il bambino è nel Vangelo il paradigma del Regno. Nessuno può entrare nel Regno se non ritorna come bambino. Per Cristo accogliere un bambino significa accogliere Lui stesso e chi scandalizza uno solo di questi piccoli, meglio per lui legarsi una macina di mulino al collo e buttarsi in mare! Cristo è severissimo riguardo lo scandalo dato ai piccoli come in nessun altro caso. Questa è la prima riflessione da proporre agli sposi cristiani. I credenti dovrebbero accorrere alle Istituzioni e chiedere di accogliere questi piccoli nelle loro famiglie fino a che non ne rimanga nessuno! Il centro dell’azione per ogni cristiano è Cristo. Nei secoli, la Chiesa ha sempre trovato il coraggio di scoprire vie nuove per dare all’umanità coraggio, speranza e creatività generativa. Molte e autorevoli esperienze di servizio e sostegno all’adozione e all’affido sono nate in seno alla Chiesa e queste sono a disposizione delle istituzioni e della Società civile per un confronto e per un dialogo costruttivo attorno ai bambini, sempre tenendo fisso lo sguardo su Cristo e sul Suo insegnamento riguardo i più piccoli. Anche le Commissioni dedicate alla tutela dei Minori nate nelle Diocesi per contrastare l’abuso avvenuto ad opera di uomini della Chiesa, sono un segno di questo coraggio profetico che la Chiesa ha; anche riconoscendo i propri errori, condannandoli con fermezza e intervenendo perché non si ripetano più. Gli Stati Generali dell’Adozione vogliono essere un momento di incontro tra tutte le realtà impegnate nella tutela dei più piccoli, per una rinnovata coscienza ecclesiale e civile chiamata a guardare il bambino come persona, soggetto di diritti inalienabili. L’impegno di questo incontro sarà rilanciare l’adozione come ricucitura di giovani vite spezzate, riscoprire la genitorialità come il diventare terreno fertile aperto ad accogliere semi di futuro i cui germogli saranno il mondo che verrà se noi sapremo dare acqua e terra per farli crescere bene.